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quelli Ei son tra l anime più nere diverse colpe giù li grava al fondo se tanto scendi, là i potrai vedere.Ma quando tu sarai nel dolce mondo, priegoti ch a la mente altrui mi rechi più non ti dico e più non ti rispondo.Li diritti occhi torse allora in biechi guardommi un poco e poi chinò la testa cadde con essa a par de li altri ciechi.
Molti son li animali a cui s ammoglia, e più saranno ancora, infin che l veltro verrà, che la farà morir con doglia.Questi non ciberà terra né peltro, ma sapïenza, amore e virtute, e sua nazion sarà tra feltro e feltro.Di quella umile Italia fia salute per cui morì la vergine Cammilla, Eurialo e Turno e Niso di ferute.
occhi ha vermigli, la barba unta e atra, e l ventre largo, e unghiate le mani graffia li spirti ed iscoia ed isquatra.Urlar li fa la pioggia come cani de l un de lati fanno a l altro schermo volgonsi spesso i miseri profani.Quando ci scorse Cerbero, il gran vermo, le bocche aperse e mostrocci le sanne non avea membro che tenesse fermo.
posato un poco il corpo lasso, ripresi via per la piaggia diserta, sì che l piè fermo sempre era l più basso.Ed ecco, quasi al cominciar de l erta, una lonza leggera e presta molto, che di pel macolato era coverta e non mi si partia dinanzi al volto, anzi mpediva tanto il mio cammino, ch i fui per ritornar più volte vòlto.
movi, e con la tua parola ornata e con ciò c ha mestieri al suo campare, l aiuta sì ch i ne sia consolata.I son Beatrice che ti faccio andare vegno del loco ove tornar disio amor mi mosse, che mi fa parlare.Quando sarò dinanzi al segnor mio, di te mi loderò sovente a lui.
vizio di lussuria fu sì rotta, che libito fé licito in sua legge, per tòrre il biasmo in che era condotta.Ell è Semiramìs, di cui si legge che succedette a Nino e fu sua sposa tenne la terra che l Soldan corregge.L altra è colei che s ancise amorosa, e ruppe fede al cener di Sicheo poi è Cleopatràs lussurïosa.
persona accorta Qui si convien lasciare ogne sospetto ogne viltà convien che qui sia morta.Noi siam venuti al loco ov i t ho detto che tu vedrai le genti dolorose c hanno perduto il ben de l intelletto.E poi che la sua mano a la mia puose con lieto volto, ond io mi confortai, mi mise dentro a le segrete cose.
venni in loco d ogne luce muto, che mugghia come fa mar per tempesta, se da contrari venti è combattuto.La bufera infernal, che mai non resta, mena li spirti con la sua rapina voltando e percotendo li molesta.Quando giungon davanti a la ruina, quivi le strida, il compianto, il lamento bestemmian quivi la virtù divina.
fïate li occhi ci sospinse quella lettura, e scolorocci il viso ma solo un punto fu quel che ci vinse.Quando leggemmo il disïato riso esser basciato da cotanto amante, questi, che mai da me non fia diviso, la bocca mi basciò tutto tremante.
Genti v eran con occhi tardi e gravi, di grande autorità ne lor sembianti parlavan rado, con voci soavi.Traemmoci così da l un de canti, in loco aperto, luminoso e alto, sì che veder si potien tutti quanti.Colà diritto, sovra l verde smalto, mi fuor mostrati li spiriti magni, che del vedere in me stesso m essalto.
Poeta fui, e cantai di quel giusto figliuol d Anchise che venne di Troia, poi che l superbo Ilïón fu combusto.Ma tu perché ritorni a tanta noia perché non sali il dilettoso monte ch è principio e cagion di tutta gioia. Or se tu quel Virgilio e quella fonte che spandi di parlar sì largo fiume, rispuos io lui con vergognosa fronte.
Intanto voce fu per me udita Onorate l altissimo poeta l ombra sua torna, ch era dipartita.Poi che la voce fu restata e queta, vidi quattro grand ombre a noi venire sembianz avevan né trista né lieta.Lo buon maestro cominciò a dire Mira colui con quella spada in mano, che vien dinanzi ai tre sì come sire quelli è Omero poeta sovrano l altro è Orazio satiro che vene Ovidio è l terzo, e l ultimo Lucano.
volontieri acquista, e giugne l tempo che perder lo face, che n tutti suoi pensier piange e s attrista tal mi fece la bestia sanza pace, che, venendomi ncontro, a poco a poco mi ripigneva là dove l sol tace.Mentre ch i rovinava in basso loco, dinanzi a li occhi mi si fu offerto chi per lungo silenzio parea fioco.
Poscia ch io v ebbi alcun riconosciuto, vidi e conobbi l ombra di colui che fece per viltade il gran rifiuto.Incontanente intesi e certo fui che questa era la setta d i cattivi, a Dio spiacenti e a nemici sui.Questi sciaurati, che mai non fur vivi, erano ignudi e stimolati molto da mosconi e da vespe ch eran ivi.
Ruppemi l alto sonno ne la testa un greve truono, sì ch io mi riscossi come persona ch è per forza desta e l occhio riposato intorno mossi, dritto levato, e fiso riguardai per conoscer lo loco dov io fossi.Vero è che n su la proda mi trovai de la valle d abisso dolorosa che ntrono accoglie d infiniti guai.
terzo cerchio, de la piova etterna, maladetta, fredda e greve regola e qualità mai non l è nova.Grandine grossa, acqua tinta e neve per l aere tenebroso si riversa pute la terra che questo riceve.Cerbero, fiera crudele e diversa, con tre gole caninamente latra sovra la gente che quivi è sommersa.
Oscura e profonda era e nebulosa tanto che, per ficcar lo viso a fondo, io non vi discernea alcuna cosa. Or discendiam qua giù nel cieco mondo, cominciò il poeta tutto smorto. Io sarò primo, e tu sarai secondo.E io, che del color mi fui accorto, dissi Come verrò, se tu paventi che suoli al mio dubbiare esser conforto.
Poeta, io ti richeggio per quello Dio che tu non conoscesti, acciò ch io fugga questo male e peggio, che tu mi meni là dov or dicesti, sì ch io veggia la porta di san Pietro e color cui tu fai cotanto mesti.Allor si mosse, e io li tenni dietro.
mondo esser non lassa misericordia e giustizia li sdegna non ragioniam di lor, ma guarda e passa.E io, che riguardai, vidi una nsegna che girando correva tanto ratta, che d ogne posa mi parea indegna e dietro le venìa sì lunga tratta di gente, ch i non averei creduto che morte tanta n avesse disfatta.
Quivi sospiri, pianti e alti guai risonavan per l aere sanza stelle, per ch io al cominciar ne lagrimai.Diverse lingue, orribili favelle, parole di dolore, accenti d ira, voci alte e fioche, e suon di man con elle facevano un tumulto, il qual s aggira sempre in quell aura sanza tempo tinta, come la rena quando turbo spira.
distese le sue spanne, prese la terra, e con piene le pugna la gittò dentro a le bramose canne.Qual è quel cane ch abbaiando agogna, e si racqueta poi che l pasto morde, ché solo a divorarlo intende e pugna, cotai si fecer quelle facce lorde de lo demonio Cerbero, che ntrona l anime sì, ch esser vorrebber sorde.
quelli a me Dopo lunga tencione verranno al sangue, e la parte selvaggia caccerà l altra con molta offensione.Poi appresso convien che questa caggia infra tre soli, e che l altra sormonti con la forza di tal che testé piaggia.Alte terrà lungo tempo le fronti, tenendo l altra sotto gravi pesi, come che di ciò pianga o che n aonti.
parola tua intesa, rispuose del magnanimo quell ombra, l anima tua è da viltade offesa la qual molte fïate l omo ingombra sì che d onrata impresa lo rivolve, come falso veder bestia quand ombra.Da questa tema acciò che tu ti solve, dirotti perch io venni e quel ch io ntesi nel primo punto che di te mi dolve.
Galeotto fu l libro e chi lo scrisse quel giorno più non vi leggemmo avante.Mentre che l uno spirto questo disse, l altro piangëa sì che di pietade io venni men così com io morisse.E caddi come corpo morto cade.Al tornar de la mente, che si chiuse dinanzi a la pietà d i due cognati, che di trestizia tutto mi confuse, novi tormenti e novi tormentati mi veggio intorno, come ch io mi mova e ch io mi volga, e come che io guati.
convien tenere altro vïaggio, rispuose, poi che lagrimar mi vide, se vuo campar d esto loco selvaggio ché questa bestia, per la qual tu gride, non lascia altrui passar per la sua via, ma tanto lo mpedisce che l uccide e ha natura sì malvagia e ria, che mai non empie la bramosa voglia, e dopo l pasto ha più fame che pria.