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Ritorna a tua scïenza, che vuol, quanto la cosa è più perfetta, più senta il bene, e così la doglienza.Tutto che questa gente maladetta in vera perfezion già mai non vada, di là più che di qua essere aspetta.Noi aggirammo a tondo quella strada, parlando più assai ch i non ridico venimmo al punto dove si digrada quivi trovammo Pluto, il gran nemico.

ntese il mio parlar coverto, rispuose Io era nuovo in questo stato, quando ci vidi venire un possente, con segno di vittoria coronato.Trasseci l ombra del primo parente, d Abèl suo figlio e quella di Noè, di Moïsè legista e ubidente Abraàm patrïarca e Davìd re, Israèl con lo padre e co suoi nati e con Rachele, per cui tanto fé, e altri molti, e feceli beati.

Eletra con molti compagni, tra quai conobbi Ettòr ed Enea, Cesare armato con li occhi grifagni.Vidi Cammilla e la Pantasilea da l altra parte vidi l re Latino che con Lavina sua figlia sedea.Vidi quel Bruto che cacciò Tarquino, Lucrezia, Iulia, Marzïa e Corniglia e solo, in parte, vidi l Saladino.

parola tua intesa, rispuose del magnanimo quell ombra, l anima tua è da viltade offesa la qual molte fïate l omo ingombra sì che d onrata impresa lo rivolve, come falso veder bestia quand ombra.Da questa tema acciò che tu ti solve, dirotti perch io venni e quel ch io ntesi nel primo punto che di te mi dolve.

Perché pur gride Non impedir lo suo fatale andare vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole, e più non dimandare.Or incomincian le dolenti note a farmisi sentire or son venuto là dove molto pianto mi percuote.

Così discesi del cerchio primaio giù nel secondo, che men loco cinghia e tanto più dolor, che punge a guaio.Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia essamina le colpe ne l intrata giudica e manda secondo ch avvinghia.Dico che quando l anima mal nata li vien dinanzi, tutta si confessa e quel conoscitor de le peccata vede qual loco d inferno è da essa cignesi con la coda tante volte quantunque gradi vuol che giù sia messa.

Allor fu la paura un poco queta, che nel lago del cor m era durata la notte ch i passai con tanta pieta.E come quei che con lena affannata, uscito fuor del pelago a la riva, si volge a l acqua perigliosa e guata, così l animo mio, ch ancor fuggiva, si volse a retro a rimirar lo passo che non lasciò già mai persona viva.

conte quando noi fermerem li nostri passi su la trista riviera d Acheronte.Allor con li occhi vergognosi e bassi, temendo no l mio dir li fosse grave, infino al fiume del parlar mi trassi.Ed ecco verso noi venir per nave un vecchio, bianco per antico pelo, gridando Guai a voi, anime prave Non isperate mai veder lo cielo i vegno per menarvi a l altra riva ne le tenebre etterne, in caldo e n gelo.

volontieri acquista, e giugne l tempo che perder lo face, che n tutti suoi pensier piange e s attrista tal mi fece la bestia sanza pace, che, venendomi ncontro, a poco a poco mi ripigneva là dove l sol tace.Mentre ch i rovinava in basso loco, dinanzi a li occhi mi si fu offerto chi per lungo silenzio parea fioco.

udire e che parlar vi piace, noi udiremo e parleremo a voi, mentre che l vento, come fa, ci tace.Siede la terra dove nata fui su la marina dove l Po discende per aver pace co seguaci sui.Amor, ch al cor gentil ratto s apprende, prese costui de la bella persona che mi fu tolta e l modo ancor m offende.

distese le sue spanne, prese la terra, e con piene le pugna la gittò dentro a le bramose canne.Qual è quel cane ch abbaiando agogna, e si racqueta poi che l pasto morde, ché solo a divorarlo intende e pugna, cotai si fecer quelle facce lorde de lo demonio Cerbero, che ntrona l anime sì, ch esser vorrebber sorde.

mondo non fur mai persone ratte a far lor pro o a fuggir lor danno, com io, dopo cotai parole fatte, venni qua giù del mio beato scanno, fidandomi del tuo parlare onesto, ch onora te e quei ch udito l hanno.Poscia che m ebbe ragionato questo, li occhi lucenti lagrimando volse, per che mi fece del venir più presto.

cittadini mi chiamaste Ciacco per la dannosa colpa de la gola, come tu vedi, a la pioggia mi fiacco.E io anima trista non son sola, ché tutte queste a simil pena stanno per simil colpa.E più non fé parola.Io li rispuosi Ciacco, il tuo affanno mi pesa sì, ch a lagrimar mi nvita ma dimmi, se tu sai, a che verranno li cittadin de la città partita s alcun v è giusto e dimmi la cagione per che l ha tanta discordia assalita.

Caccianli i ciel per non esser men belli, né lo profondo inferno li riceve, ch alcuna gloria i rei avrebber d elli.E io Maestro, che è tanto greve a lor che lamentar li fa sì forte.Rispuose Dicerolti molto breve.Questi non hanno speranza di morte, e la lor cieca vita è tanto bassa, che nvidïosi son d ogne altra sorte.

Quando rispuosi, cominciai Oh lasso, quanti dolci pensier, quanto disio menò costoro al doloroso passo.Poi mi rivolsi a loro e parla io, e cominciai Francesca, i tuoi martìri a lagrimar mi fanno tristo e pio.Ma dimmi al tempo d i dolci sospiri, a che e come concedette amore che conosceste i dubbiosi disiri.

quelli a me Dopo lunga tencione verranno al sangue, e la parte selvaggia caccerà l altra con molta offensione.Poi appresso convien che questa caggia infra tre soli, e che l altra sormonti con la forza di tal che testé piaggia.Alte terrà lungo tempo le fronti, tenendo l altra sotto gravi pesi, come che di ciò pianga o che n aonti.

fïate li occhi ci sospinse quella lettura, e scolorocci il viso ma solo un punto fu quel che ci vinse.Quando leggemmo il disïato riso esser basciato da cotanto amante, questi, che mai da me non fia diviso, la bocca mi basciò tutto tremante.

rigavan lor di sangue il volto, che, mischiato di lagrime, a lor piedi da fastidiosi vermi era ricolto.E poi ch a riguardar oltre mi diedi, vidi genti a la riva d un gran fiume per ch io dissi Maestro, or mi concedi ch i sappia quali sono, e qual costume le fa di trapassar parer sì pronte, com i discerno per lo fioco lume.

Così andammo infino a la lumera, parlando cose che l tacere è bello, sì com era l parlar colà dov era.Venimmo al piè d un nobile castello, sette volte cerchiato d alte mura, difeso intorno d un bel fiumicello.Questo passammo come terra dura per sette porte intrai con questi savi giugnemmo in prato di fresca verdura.

Quando vidi costui nel gran diserto, Miserere di me, gridai a lui, qual che tu sii, od ombra od omo certo.Rispuosemi Non omo, omo già fui, e li parenti miei furon lombardi, mantoani per patrïa ambedui.Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi, e vissi a Roma sotto l buono Augusto nel tempo de li dèi falsi e bugiardi.

mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura, ché la diritta via era smarrita.Ahi quanto a dir qual era è cosa dura esta selva selvaggia e aspra e forte che nel pensier rinova la paura Tant è amara che poco è più morte ma per trattar del ben ch i vi trovai, dirò de l altre cose ch i v ho scorte.

volere è d ambedue tu duca, tu segnore e tu maestro.Così li dissi e poi che mosso fue, intrai per lo cammino alto e silvestro. Per me si va ne la città dolente, per me si va ne l etterno dolore, per me si va tra la perduta gente.

Amor, ch a nullo amato amar perdona, mi prese del costui piacer sì forte, che, come vedi, ancor non m abbandona.Amor condusse noi ad una morte.Caina attende chi a vita ci spense.Queste parole da lor ci fuor porte.Quand io intesi quell anime offense, china il viso, e tanto il tenni basso, fin che l poeta mi disse Che pense.

lungi n eravamo ancora un poco, ma non sì ch io non discernessi in parte ch orrevol gente possedea quel loco. O tu ch onori scïenzïa e arte, questi chi son c hanno cotanta onranza, che dal modo de li altri li diparte.E quelli a me L onrata nominanza che di lor suona sù ne la tua vita, grazïa acquista in ciel che sì li avanza.

posso ritrar di tutti a pieno, però che sì mi caccia il lungo tema, che molte volte al fatto il dir vien meno.La sesta compagnia in due si scema per altra via mi mena il savio duca, fuor de la queta, ne l aura che trema.E vegno in parte ove non è che luca.

Galeotto fu l libro e chi lo scrisse quel giorno più non vi leggemmo avante.Mentre che l uno spirto questo disse, l altro piangëa sì che di pietade io venni men così com io morisse.E caddi come corpo morto cade.Al tornar de la mente, che si chiuse dinanzi a la pietà d i due cognati, che di trestizia tutto mi confuse, novi tormenti e novi tormentati mi veggio intorno, come ch io mi mova e ch io mi volga, e come che io guati.

Lucia, nimica di ciascun crudele, si mosse, e venne al loco dov i era, che mi sedea con l antica Rachele.Disse Beatrice, loda di Dio vera, ché non soccorri quei che t amò tanto, ch uscì per te de la volgare schiera Non odi tu la pieta del suo pianto, non vedi tu la morte che l combatte su la fiumana ove l mar non ha vanto.

Poeta fui, e cantai di quel giusto figliuol d Anchise che venne di Troia, poi che l superbo Ilïón fu combusto.Ma tu perché ritorni a tanta noia perché non sali il dilettoso monte ch è principio e cagion di tutta gioia. Or se tu quel Virgilio e quella fonte che spandi di parlar sì largo fiume, rispuos io lui con vergognosa fronte.

disse a me Più non si desta di qua dal suon de l angelica tromba, quando verrà la nimica podesta ciascun rivederà la trista tomba, ripiglierà sua carne e sua figura, udirà quel ch in etterno rimbomba.Sì trapassammo per sozza mistura de l ombre e de la pioggia, a passi lenti, toccando un poco la vita futura per ch io dissi Maestro, esti tormenti crescerann ei dopo la gran sentenza, o fier minori, o saran sì cocenti.

quest andata onde li dai tu vanto, intese cose che furon cagione di sua vittoria e del papale ammanto.Andovvi poi lo Vas d elezïone, per recarne conforto a quella fede ch è principio a la via di salvazione.Ma io, perché venirvi o chi l concede Io non Enëa, io non Paulo sono me degno a ciò né io né altri l crede.

Quivi sospiri, pianti e alti guai risonavan per l aere sanza stelle, per ch io al cominciar ne lagrimai.Diverse lingue, orribili favelle, parole di dolore, accenti d ira, voci alte e fioche, e suon di man con elle facevano un tumulto, il qual s aggira sempre in quell aura sanza tempo tinta, come la rena quando turbo spira.

Quali fioretti dal notturno gelo chinati e chiusi, poi che l sol li mbianca, si drizzan tutti aperti in loro stelo, tal mi fec io di mia virtude stanca, e tanto buono ardire al cor mi corse, ch i cominciai come persona franca Oh pietosa colei che mi soccorse e te cortese ch ubidisti tosto a le vere parole che ti porse Tu m hai con disiderio il cor disposto sì al venir con le parole tue, ch i son tornato nel primo proposto.

giorno se n andava, e l aere bruno toglieva li animai che sono in terra da le fatiche loro e io sol uno m apparecchiava a sostener la guerra sì del cammino e sì de la pietate, che ritrarrà la mente che non erra.O muse, o alto ingegno, or m aiutate o mente che scrivesti ciò ch io vidi, qui si parrà la tua nobilitate.

Poeta, io ti richeggio per quello Dio che tu non conoscesti, acciò ch io fugga questo male e peggio, che tu mi meni là dov or dicesti, sì ch io veggia la porta di san Pietro e color cui tu fai cotanto mesti.Allor si mosse, e io li tenni dietro.

Giustizia mosse il mio alto fattore fecemi la divina podestate, la somma sapïenza e l primo amore.Dinanzi a me non fuor cose create se non etterne, e io etterno duro.Lasciate ogne speranza, voi ch intrate.Queste parole di colore oscuro vid ïo scritte al sommo d una porta per ch io Maestro, il senso lor m è duro.

mondo esser non lassa misericordia e giustizia li sdegna non ragioniam di lor, ma guarda e passa.E io, che riguardai, vidi una nsegna che girando correva tanto ratta, che d ogne posa mi parea indegna e dietro le venìa sì lunga tratta di gente, ch i non averei creduto che morte tanta n avesse disfatta.

cominciai Poeta che mi guidi, guarda la mia virtù s ell è possente, prima ch a l alto passo tu mi fidi.Tu dici che di Silvïo il parente, corruttibile ancora, ad immortale secolo andò, e fu sensibilmente.Però, se l avversario d ogne male cortese i fu, pensando l alto effetto ch uscir dovea di lui, e l chi e l quale non pare indegno ad omo d intelletto ch e fu de l alma Roma e di suo impero ne l empireo ciel per padre eletto la quale e l quale, a voler dir lo vero, fu stabilita per lo loco santo u siede il successor del maggior Piero.

innalzai un poco più le ciglia, vidi l maestro di color che sanno seder tra filosofica famiglia.Tutti lo miran, tutti onor li fanno quivi vid ïo Socrate e Platone, che nnanzi a li altri più presso li stanno Democrito che l mondo a caso pone, Dïogenès, Anassagora e Tale, Empedoclès, Eraclito e Zenone e vidi il buono accoglitor del quale, Dïascoride dico e vidi Orfeo, Tulïo e Lino e Seneca morale Euclide geomètra e Tolomeo, Ipocràte, Avicenna e Galïeno, Averoìs, che l gran comento feo.

Ruppemi l alto sonno ne la testa un greve truono, sì ch io mi riscossi come persona ch è per forza desta e l occhio riposato intorno mossi, dritto levato, e fiso riguardai per conoscer lo loco dov io fossi.Vero è che n su la proda mi trovai de la valle d abisso dolorosa che ntrono accoglie d infiniti guai.

occhi ha vermigli, la barba unta e atra, e l ventre largo, e unghiate le mani graffia li spirti ed iscoia ed isquatra.Urlar li fa la pioggia come cani de l un de lati fanno a l altro schermo volgonsi spesso i miseri profani.Quando ci scorse Cerbero, il gran vermo, le bocche aperse e mostrocci le sanne non avea membro che tenesse fermo.

Quinci fuor quete le lanose gote al nocchier de la livida palude, che ntorno a li occhi avea di fiamme rote.Ma quell anime, ch eran lasse e nude, cangiar colore e dibattero i denti, ratto che nteser le parole crude.Bestemmiavano Dio e lor parenti, l umana spezie e l loco e l tempo e l seme di lor semenza e di lor nascimenti.

Intesi ch a così fatto tormento enno dannati i peccator carnali, che la ragion sommettono al talento.E come li stornei ne portan l ali nel freddo tempo, a schiera larga e piena, così quel fiato li spiriti mali di qua, di là, di giù, di sù li mena nulla speranza li conforta mai, non che di posa, ma di minor pena.

terzo cerchio, de la piova etterna, maladetta, fredda e greve regola e qualità mai non l è nova.Grandine grossa, acqua tinta e neve per l aere tenebroso si riversa pute la terra che questo riceve.Cerbero, fiera crudele e diversa, con tre gole caninamente latra sovra la gente che quivi è sommersa.

angoscia de le genti che son qua giù, nel viso mi dipigne quella pietà che tu per tema senti.Andiam, ché la via lunga ne sospigne.Così si mise e così mi fé intrare nel primo cerchio che l abisso cigne.Quivi, secondo che per ascoltare, non avea pianto mai che di sospiri che l aura etterna facevan tremare ciò avvenia di duol sanza martìri, ch avean le turbe, ch eran molte e grandi, d infanti e di femmine e di viri.

posato un poco il corpo lasso, ripresi via per la piaggia diserta, sì che l piè fermo sempre era l più basso.Ed ecco, quasi al cominciar de l erta, una lonza leggera e presta molto, che di pel macolato era coverta e non mi si partia dinanzi al volto, anzi mpediva tanto il mio cammino, ch i fui per ritornar più volte vòlto.

Tacette allora, e poi comincia io O donna di virtù sola per cui l umana spezie eccede ogne contento di quel ciel c ha minor li cerchi sui, tanto m aggrada il tuo comandamento, che l ubidir, se già fosse, m è tardi più non t è uo ch aprirmi il tuo talento.